imperfetto silenzio


domenica, settembre 14, 2008
 

Mauro Smocovich parla di Cornelio su www.fucine.com intervistato da Simone Piazzesi (articleid=1605)

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a novembre 2008 in edicola

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a settembre 2008 in edicola

imperfettamente scritto da smocovichmauro | 14:14 | commenti


martedì, agosto 12, 2008
 
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venerdì, maggio 02, 2008
 

In edicola da maggio 2008

imperfettamente scritto da smocovichmauro | 20:25 | commenti
 

in arrivo per gli inizi di giugno 2008

sarà disponibile solo on line. Tenete d'occhio la Sherlock Magazine, sarà il numero 12

 

in arrivo per la fine di maggio 2008. in libreria e fumetteria oppure qui

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mercoledì, aprile 16, 2008
 

un mio racoconto sul blog di Barbara Garlaschelli

http://barbara-garlaschelli.splinder.com/

SOPPORTAR LA VITA
di Mauro Smocovich

Mi piacerebbe scrivere di me quando sono contento ma quando sono contento penso a esser contento.

Stasera in casa c’è quella malattia che mi fa assente e triste. Quella pesantezza dell’esistenza che mi fa ambire a non esistere. I pensieri sembrano andar da soli e si ingolfano in un singhiozzo cupo. Sono immerso in un silenzio saturo di vuoto. La vita mi è rotolata via.

Qualcosa mi srotola via dalla testa come uno spaghetto risucchiato lentamente. Una notte scura mi sale su per la gola e mi affoga.

Seduto sulla sedia, sola tra le altre sedie. In silenzio nella stanza, sola tra le altre stanze. In quest’appartamento, solo tra gli altri appartamenti. Sono solo io, solo tra gli altri soli.

Rimane forse sopravvivere più che vivere. A me basterebbe salire da questo sottovivere.

Ascolto la musica per farmi compagnia. Contrabbassi slabbrati come chitarre rock. Suoni rochi, torturati alle corde tese. L’archetto raspa e sembra voler segare fino alla vernice lucida e marrone della cassa armonica. Mi viene in mente che ci potrei essere io al posto del contrabbasso a lasciarmi segnare il petto dall‘archetto furioso. Ogni passata d’archetto, un brandello di me per aria. A scavare.

Non è vero che l’amore colpisce il cuore. È un fatto di budella, di dolori al petto senza tregua. Qualcosa che si gruma e non vuole sciogliersi in lacrima.

Potrei star male per i soldi che non ci sono, per i progetti che non vanno avanti. Per il non sapere di cosa vivere domani. Per quei caterpillar che sono gli esseri umani.

Ma chissà perché, quel che mi commuove e mi fa male ora è il ricordo di un gelato mangiato insieme a mezzanotte, a passeggio per marciapiedi vuoti dopo il lavoro, quando si cercava insieme di sopportar la vita, io e te.

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come passa il tempo

era ottobre quando annunciavo le cose che stavo preparando e pensare che già dall'estate era partito tutto...

arrivano finalmente

Dizionoir Fumetto (maggio 2008)

Dizionoir delle origini (giugno 2008)

Cornelio Bizzarro (maggio 2008)

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martedì, ottobre 30, 2007
 

in preparazione

dizionoir delle origini

dizionoir del fumetto

e un lavoro a fumetti insieme a carlo lucarelli e giuseppe di bernardo

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sabato, aprile 28, 2007
 

Ultime novità

un racconto "Tagli di vita" dopo tanto tempo che non scrivevo. Lo trovate qui:

 

 

e un dizionario sul noir e dintorni a cura mia

 

 

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mercoledì, marzo 01, 2006
 

Sono sparito da qui da un bel po'

ecco cosa ho fatto e sto facendo

www.ipinguini.com (ideatore, creatore, curatore)

www.carlolucarelli.net (curatore)

www.carlolucarelli.splinder.com (curatore)

www.thrillermagazine.it (curatore)

L’Associazione Culturale Pomodoro interpreta Corpi Estranei — Lettura scenica di alcuni racconti dell'inquietudine di Mauro Smocovich, di e con Matteo Cotugno e Anna Rita Fiorentini.

il mio racconto Soprattutto Michela è apparso qui

Generazioni, nove per due (L'Ancora del Mediterraneo, 2005)

Nove scrittori hanno accettato di segnalare ciascuno due racconti di altrettanti nuovi narratori. Nove per due, quindi: Ermanno Cavazzoni per Arianna Giorgia Bonazzi e Luca Ricci; Mauro Covacich per Federica Manzon e Francesca Bonaldo; Diego de Silva per Carla D'Alessio e Tiziana Russo; Carlo Lucarelli per Mauro Smocovich e Vincenzo Saldì; Francesco Piccolo per Alice Scornajenghi e Silvia Ranfagni; Lidia Ravera per Claudia Mauri e Angela Cacopardo; Luca Ragagnin per Andrea Amerio e Elena Varvello; Antonio Pascale per Silvia Dai Pra' e Roberto Saviano; Tiziano Scarpa per Manuela Critelli e Massimo Lovise.

Sono presentato da Carlo Lucarelli così: Di Mauro Smocovich ho letto un sacco di racconti, perché ne scrive tantissimi, e mi ha sempre colpito la sua capacità di fotografare momenti al limite di una vita che sembra quotidiana anche se emarginata e marginale. E di riuscire a farlo con una puntualità di particolari che oscillano sempre tra una leggerezza lirica, da sintesi poetica, una pesante malinconia da noir, e un po' di ironia da bozzetto vivace. Mi piace come racconta Pescara e un certo sud, con gli occhi di un narratore moderno, per niente compiaciuto, capace di notare tutti i particolari più nascosti. Come in questo racconto, che si ferma sul più bello, ma solo dopo averti dato abbastanza da continuare da solo

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sabato, marzo 26, 2005
 

 

Sull'asfalto ci sono rose strappate alla loro vita e dall'olio dei motori imbrattate e dall'indifferenza cancellate 

sono invece noccioli di ciliegia persi in un piatto malato con l'olio di un'insalata improvvisata e imbrattatii dall'indifferenza e cancellati dall'indifferenza

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venerdì, settembre 03, 2004
 

Fuoco eterno

Non ci credevo. In vita non ci credevo.

Arrivo qui... Davvero un bello spettacolo! C'è solo da provare. E quello che provo stavolta mi basta.

"Fuoco" dico, una parola piena.

La parola rotola, come palla di grasso, sfrigola su una piastra rovente. Odore di buono. E’ la mia carne che brucia.

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venerdì, luglio 09, 2004
 

 

 

 

 

 

 

D'ALBA, DI ROCCIA E DI MARE

C'è il sole dietro gli scogli. Viene su ed ancora non lo vedo. C'è già tanta luce. S'irradia lungo i bordi di salsedine. Volevo vedere l'alba dal mare. Ma non volevo vedere il sole. Non subito. Non uscire dall'acqua. Ho preferito la roccia. Mi sono appostato in maniera tale che gli scogli coprissero l'orizzonte. Così mi ritrovo nell'alba senza aver ancora bruciato gli occhi al sole. Quando il sole farà capolino
e spaccherà le mie pupille
sorriderò
perché la roccia sarà tutta in luce.




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giovedì, luglio 01, 2004
 

 

 

 

 

 

 

io sono solo morto
in questo batuffolo di morte
che mi sono creato

guardo intorno
e vedo
non ci credo

ero nel mio batuffolo e non vedevo
non ci credo
io non sono morto
io vivo
io vedo

attorno a me ho batuffoli vuoti
che non vedono
nemmeno la morte

attorno a me
ho l’inesistenza
annaspo per rivivere

voglio rivivere

vivo














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martedì, giugno 29, 2004
 

 

 

 

 

 

 

Vendetta

Ciao.
Non so come mi chiamo. Non so chi sono.
So solo che svegliandomi ho avuto la consapevolezza di trovarmi in questo racconto.
Ho constatato che non ci sono vie d'uscita.
E’ angosciante. Tremendamente angosciante.
Deve essere una specie di vendetta.
Non mi lasciare qui.
Fai leggere questo racconto a più persone, ai tuoi amici, ai tuoi conoscenti, ai conoscenti degli amici, agli amici dei conoscenti.
Fai leggere questo racconto dal quale altrimenti non potrò mai più uscire.
Ti prego. Forse qualcuno mi riconoscerà.
Aiuto, tirami fuori. Dammi un'identità. Ti prego...
Altrimenti mi avrà messo in trappola.
Qui.

Per sempre.













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lunedì, giugno 07, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

NULLA DA TEMERE

"Una razza forte scaccerà le deboli, perché lo slancio vitale, nella sua forma definitiva, abbatterà le assurde barriere della cosiddetta umanità degli individui in favore di un’umanità della Natura, la quale distrugge il debole per dare il suo posto al forte."
("MEIN KAMPF" – Adolf Hitler)

La strada polverosa si contorceva sotto le ruote dell’auto che procedeva a strappi. Una fossa, un sasso, un dosso… il veicolo barcollava e interrompeva i pensieri, le ruote dell’auto sobbalzavano sulla ghiaia scoppiettando. L’abitacolo ondeggiava all’ansimare del motore e scuoteva lo stomaco dei passeggeri. Le lamiere vibravano, i vetri parevano sul punto di esplodere.
I glutei spalmati sui sedili subivano un leggero ma veloce movimento. I genitali pure. I corpi un poco.
Le divise no.
I bottoni tiravano su d’un fiato la divisa fino al collo. Strozzavano il respiro facendo stridere i pensieri e chiudevano le idee. Le due figure in nero sedute sul sedile posteriore viaggiavano rigide verso Buchenwald.
L’autista cercava di non ascoltare le loro parole, preso dalla guida accidentata. Strabuzzava gli occhi nella notte oscura.
"Noi non abbiamo nulla da temere, siamo medici. I nostri esperimenti li conduciamo in nome della scienza, e la scienza non è solo tedesca, ma di tutti i popoli!"
La divisa scura non rifletteva la poca luce che filtrava dall’esterno. Solo un rapido bagliore saettò un momento sul monocolo dell’SS-Oberführer e rimbalzò sulla visiera del cappello nero.
Al suo fianco l’SS-Hauptsturmführer non riusciva a contenersi: "Ma lo sa che Schinken ha avuto la faccia tosta di dire che è meglio non somministrare l’acridina a stomaco vuoto?"
"Sì, per evitare il vomito, dice lui. Ma cosa ne sa lui! cerca di darsi un contegno... l’indice di mortalità tra i suoi pazienti è così elevato… non mi preoccupo per quelle bestie, è che non sta provando nulla con i suoi esperimenti!"
"Ha ragione. Schinken ha anche provato l’associazione dell’acridina con l’arsenico pur di arrivare a qualcosa… non è così che salverà le nostre truppe al fronte."
"Se è per questo, afferma di aver trovato il metodo più sicuro e meno costoso per infettare i prigionieri: iniettare direttamente il sangue infetto. Che trovata! Io lo faccio da tempo ad Auschwitz! E’ solo un Obersturmführer, cosa crede? E’ un incompetente. Sta perdendo tempo a Buchenwald, ha anche chiesto altro materiale umano per stabilire i giusti dosaggi… "
"Ach, mi permetta di dire che su questo non ha tutti i torti, chiede dei tedeschi, pervertiti, criminali, ma tedeschi! non riesce ad ottenere altro che zingari… come può dimostrare qualcosa senza lavorare sul sangue tedesco?"
"Ma cosa crede? che ci si metta a selezionare i prigionieri a seconda delle sue esigenze? avanza sempre più richieste... e lo fa per via segreta… Crede che non lo si venga a sapere? Glielo vado a risolvere io il tifo petecchiale! Gli esperimenti che fa non porteranno a nulla, non ha pazienza, appena gli si presenta un caso un po’ difficile se ne sbarazza iniettando dosi mortali di morfina. Crede che la morfina si possa sprecare così? c’è la benzina, c’è l’acqua ossigenata o anche semplicemente l’aria. Ad Auschwitz abbiamo superato queste stupidaggini da tempo, iniettiamo il fenolo intracardiaco. Ma se proprio non ce la fa ad eliminare i suoi problemi… li mandi da noi, ci pensiamo noi a gasarli… non lo sopporto! Quando lavorava sull’effetto dei sulfamidici…" ansimò un poco, ma solo un poco "…sulle lesioni cancrenose… non aveva capito nulla! solo dopo una mia ispezione si è giunti a qualche risultato. Sono andato in ispezione… in ispezione…" all’SS-Hauptsturmführer parve di vedere una goccia di sudore sulla tempia dell’SS-Oberführer "…e mi ha fatto trovare qualche mammella in cancrena, poche sacche di pus, qualche brandello di carne… erano solo punture di insetto, per me erano solo punture di insetto, glielo ho urlato in faccia, punture di insetto! a confronto… oh mein gott!… quello che subiscono i nostri soldati al fronte… I nostri eroici soldati rimangono con le loro ferite nel fango per ore prima di venire soccorsi, incredibile! lui che fa? mi guarda perplesso e mi risponde che non ci aveva pensato! la ferita la pratichiamo profonda, mi dice, col bisturi… non ci ho visto più! col BISTURI! un deficiente! Ma perché usate il bisturi? gli urlo in faccia, un colpo di pistola è un colpo di pistola! Ho sparato io a uno di quei subumani, e gli ho spiegato, all’incapace, che bisogna infettare con la terra! con stoffa sporca, vetro, segatura, schegge di legno! Glielo ho dovuto spiegare io, merda! Glielo ho spiegato io, scheisse!"
"Lasci perdere," intervenne l’SS-Hauptsturmführer "non è il caso di alterarsi troppo, mi permetta. Mi permetta di dirle, davvero, che forse non sa che Schinken… è il pupillo di Schwein…"
L’SS-Oberführer tacque all’improvviso, un piccolo colpo di tosse gli piegò il colletto di qualche centimetro, si aggiustò nervoso il monocolo… "…non lo sapeva?" insistette l’SS-Hauptsturmführer.
"Ach, no, non sapevo. In questo caso…"
"Piuttosto, senta questa: lo sa che si è infettato anche lui?"
"Anche lui?"
"Sì, tifo esantematico."
"Davvero?" L’SS-Oberführer girò un poco la testa e si portò le dita al monocolo. Nell’aggiustarselo fece una smorfia che all’SS-Hauptsturmführer sembrò un sorriso.
"Pare che si sia infettato accidentalmente… ora giace febbricitante nel suo letto," proseguì fino a vedergli increspare leggermente le pieghe dell’occhio, "con il corpo ricoperto di tante macchioline emorragiche…" qualcosa scintillò nel monocolo "se lo immagina lei?"
L’SS-Oberführer guardò qualche secondo ancora l’SS-Hauptsturmführer, poi si rimise dritto a guardare davanti e tirando su il petto esclamò soddisfatto: "Ach, almeno a qualcosa è riuscito l'indomabile Schinken!"
L’auto era finalmente giunta ai cancelli di Buchenwald e stava rallentando la corsa…























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domenica, maggio 30, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

IL BUONGIORNOSI VEDE...

All'improvviso, la radio esplode a tutto volume.
Apro gli occhi, mentre rimbomba nei bassi la musica. La radiosveglia... Ascolto e riconosco Battisti che canta... No, non è Battisti, sbaglio sempre i cognomi, è Battiato. Si, è Battiato. Beh, se non mi alzo adesso... Mi libero dalle lenzuola con uno scatto improvviso. Il freddo del mattino mi arriva come una doccia gelata su tutto il corpo. Che freddo! E cos'ha da cantare, Battisti? Mi alzo dal letto battendo i denti e mi avvicino alla radio... "Abbiamo ascoltato Ma che sarà? di Edoardo Benn..." Taglio la voce al DJ con un lieve tocco del dito sullo STOP. Fa proprio freddo. Va bene che siamo ad ottobre, però... Infilo la maglia raccogliendola da terra e mi dirigo verso la cucina. Adesso preparo un bel caffè. Hmmm... Apro la credenza: zucchero, sale, orzo, farina, pasta... hmmm... E il caffè? Non c'è, ma guardo ancora. Ma certo che non c'è. A me non piace il caffè. Allora preparo l'orzo.
Seduto, con una tazza fumante sul tavolo, guardo l'ora: le otto e dieci. Devo sbrigarmi. Di fianco all'orologio, il calendario con un cerchietto rosso sul giorno precedente: quattro gennaio. Ecco perché fa freddo, altro che... Vado in bagno, mi vesto in fretta, sono quasi pronto ad affrontare il mondo... caro Maurizio Moscovich... un'altra giornata di lavoro! Mi piace parlare tra me e me, mi fa compagnia. Moscovich... ma perché mi devo chiamare con il cognome? Ho tanto un bel nome: MASSIMO! Io, Massimo Mos... Massimo? Ma io non mi chiamo Massimo. Esco di casa. Mi chiamo Mauro, Mauro Scemovich, ecco.
Qui fuori fa ancora più freddo, caro Mauro Smocovich, mi dico. Mauro, Mauro, Mauro... o Mario? Si, forse Mario. Però Mauro mi piace di più...
"Buongiorno, signor Marco!" Mi giro, il postino è tutto raggiante.
Marco?! Accidenti! Guardo il postino e, con una mezza smorfia, gli dico:
"Buongiorno!" E penso: Si, davvero un buongiorno!
Prendo in mano la posta indirizzata a Marco Cosmovich.









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venerdì, maggio 14, 2004
 

 

 

 

 

 

 

PENSIERI

Il ragazzo, entrato in camera, chiuse la porta dietro di sé. Accese la luce. La porta bianca, liscia: un rettangolo chiaro alle sue spalle. Inquadrò il letto con lo sguardo e si avvicinò trascinando le pantofole sul pavimento. Si lasciò andare sulle lenzuola e lungamente sbuffò, fissando la radio. Scelse una cassetta dalla pila silenziosa alla sua sinistra. La estrasse dalla custodia in bianco e nero e la inserì nello spazio vuoto del registratore. Raccolse le cuffiette accasciate sulla radio cercando di non tendere il filo. Spense la luce. Gli girava la testa, ma riuscì ad allungare il braccio e a premere un tasto.
Partì una musica lenta, dolce di bassi e ripetizioni pacate. Con gli occhi chiusi seguì le note nella loro serpentina lenta e sinuosa. La pelle trasmise un segnale al cervello. Il petto si tese lentamente per espandersi. C’era spazio in quella camera, e la musica dissolse anche le pareti.
Uno spazio enorme, senza coordinate, senza pianeti. La melodia crebbe, poi iniziò a slittare. Pneumatico e palude, germogli di grano nel freddo di brina e gocce d'acqua stillate dal muschio. Ranocchie, immersioni di luce nell'iride profondo del sole. Un gran caldo di afa feroce si copre di nuvola grigia silente. Lucertole nere sui muri e le crepe nell'edera ridono con denti di fango e la lingua rossa di fuoco e di morbida carne nel cuore trafitta di sangue e tristezza, morte e ricordi. La luna nel bosco mi guarda dal gufo impietrito che apre le ali e gli artigli e mostra le ossa e solo le ossa e nient'altro di più nient'altro di più e nient'altro di più di più e di più e di più e di più e di più
No, nient'altro di più e si muove e sorride e una lacrima scende poi nient'altro di più e di più
No, nient'altro di più nel gonfiore di questa bolla di grassi pensieri, ricordi odoranti di spazi di uccelli di strane marmitte fumanti che specchiano in acqua contrita di sporche pozzanghere e nient'altro e nient'altro e nient'altro nel grigio
nient'altro nient'altro nient'altro nel nero
e nient'altro nient'altro nient'altro

"Hai bevuto di nuovo, eh?"
Il sole. La luce.
Il ragazzo cercò di aprire gli occhi a quella voce trafitta di luce, tagliente nelle pupille, e scorse, nel giallo mordente della camera, una figura di donna nella chiarezza della porta.
Liberò le orecchie dalle cuffiette

"Hai bevuto ancora?"
Il ragazzo cercò di capire nel ronzio della stanza illuminata e sentì di nuovo una costante ripetizione che non era più musica

"Hai bevuto ancora?"
Tantomeno era canto.

"..."
Allora il ragazzo rispose:
"No, no, io penso proprio così."

















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sabato, maggio 08, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

SEMPLICE ESERCIZIO

Rigidità. Nessuna possibilità di movimento. Il cervello incapsulato da una forza centripeta. Dolore alla base del cranio, in fondo alle orbite oculari, alle tempie, alla nuca. Lo stomaco si è trovato un posto in gola, non si decide a venir fuori. Non riesco a contrarre il ventre, il collo è rigido, le mascelle spezzate, la lingua perforata, la bocca serrata. Quanto tempo dovrò stare a zampe all'aria... con le sonde infilate nella carne...

"Fu un semplice esercizio di neurochirurgia... La lingua venne tirata con una legatura inserita nella punta... Le mucose e i muscoli vennero staccati dalla base del cranio... I loro lembi tirati indietro mediante legature. Con un trapano da dentista si forò sino alla base del cranio... Si aprì la meninge esterna con uno spillo e si fece uscire il fluido cerebrospinale..."

Delle gocce escono dagli occhi, non le controllo. Il mio universo finisce qui. Espanso in questa luce bianca. Prigioniero di questa luce bianca. Appannate visioni di facce deformi si avvicinano, muovono la loro rossa apertura carnosa. Mostrano file di denti. Rumori... silenzi... non so se sento, se vedo, se vivo... Scivolo su un fianco.

"Sùbito dopo l'operazione al cervello, il cane tendeva a girarsi a destra e a cadere sul fianco... non era narcotizzato e divenne improvvisamente sonnolento, probabilmente in seguito ad embolie formatesi nel cervello. Allora volli provare l'irritabilità dei fasci nervosi anteriori del midollo spinale. La messa a nudo della colonna vertebrale causò un'emorragia massiccia, a causa della forte muscolatura... recisi il midollo... irritai i fasci nervosi, sia elettricamente che meccanicamente: questo tentativo riuscì in pieno. In seguito separai dal midollo pettorale anche il midollo lombare e lo estrassi dal canale vertebrale. La ferita venne pulita e cucita..."

Tagliano, aprono, cuciono... affannosi... Non so più dove comincio e dove finisco... eppure il corpo mi urla costantemente la sua presenza.

"Visse ancora per alcuni giorni, divenne più vivace, si mosse con le zampe posteriori con grande difficoltà, scodinzolò. Al quarto giorno dopo l'operazione venne ucciso mediante soffocamento, per vedere se un'accumulazione di CO2 avrebbe causato crampi nelle estremità posteriori..."

Se ho contratto le zampe non so...

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sabato, maggio 01, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

COME D'AUTUNNO

Sa di essere nel periodo in cui perde le foglie, l'ippocastano. Una foglia gli scivola via ed un pensiero si posa sulla spalla di una ragazza in basso, sul muretto. Il giovane col cappotto le accarezza la mano.

Gli occhi di lei sembrano sciogliersi nell'aria, gocciolano sul viso. Quelli del giovane non si scompongono, sferzati dal vento.

E’ lui che parla, in un frusciare di foglie secche sull'asfalto. La ragazza d'improvviso ritrae la mano, asciuga le guance, scuote via la foglia morta.

Ora, le sue parole sono solo nuvolette leggere nell'aria gelida. Fa male guardarle dissolversi nel freddo.

Un'ultima foglia, l'ultimo pensiero dell'albero prima di dormire, cade sul muretto vicino al giovane, prende il posto della ragazza, ormai lontana: "Avrei preferito una favola, per affrontare l'inverno".

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martedì, aprile 27, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

ALTROVE

Il cielo si aprì come ferita in cancrena. Si spaccò la crosta nera delle nubi e il vomito sanguigno pervase la terra. Io non c'ero, ma ne spendo ancora l'eredità.

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giovedì, aprile 22, 2004
 
Recensione apparsa su Carmillia on line il 17 aprile 2004
 
Mauro Smocovich: NON E' PER NIENTE DIVERTENTE

di Daniela Bandini

Smocovich.jpg
Mauro Smocovich, Non è per niente divertente, prefazione di Carlo Lucarelli, Edizioni Il Foglio, novembre 2002, € 8,00.

No, non è per niente divertente. Però se la biografia di Equorri Gino, il fondatore della corrente dell’Equorrismo comincia così: “Equorri Gerardo, detto Gino dagli amici, maledetto dai nemici, quando dove è nato o morto mi sembra superfluo che io lo dica e che voi lo sappiate. Mi sembra superfluo anche che sappiate chi fosse suo padre e chi fosse sua madre o sua nonna o sua sorella. Fatevi i fatti vostri: non credo siano pochi…” penso che una traccia di sorriso sia permessa, senza che l’autore se ne abbia a male. Non è per niente divertente è un romanzo lugubre e ironico senza che i due generi commisti facciano a gara su quale debba primeggiare.

La copertina del romanzo è dell’autore stesso, e sono innumerevoli le poesie sparse nel libro, alcune palesemente autoreferenziali, sul mestiere dello scrittore di poesie, altre tremendamente tristi e avvilenti e, temo, sincere. Il tema della morte è quello su cui si basa l’intera intelaiatura del romanzo: la ferocia esistenziale, che non si limita alla morte spirituale per apatia o per abbrutimento, vuole finire nel sangue, nelle viscere stesse.
Negli “episodi” che si intrecciano nel romanzo i personaggi sono le storie, sono i ritratti, sono versi di poesie spietatamente senza speranza. Il fatto che l’autore sia anche disegnatore non stupisce: egli scrive come disegna. Traccia le linee di demarcazione in un foglio bianco, le abbozza, le evidenzia, a volte le interrompe, le riprende, le guarda attraverso i filtri del bianco e del nero, a volte le colora. Sempre nello stato d’animo che è tipico dell’artista: l’estremizzazione anche del banale. Che divenendo estremo non lo è più. E dell’ironia. Particolarissimo. Il serial-killer che può amare solamente la proiezione estetica del femminile nel cadavere donna: un essere alcolizzato e probabilmente malato terminale, che più che ubriacarsi per recuperare la lucidità necessaria per vivere, sembra cercare la lucidità per morire nel dolore consapevole. C’è la dolorosa morte di uno studente per aver inseguito un sogno d’amore, antico e commovente ancora, per una professoressa, e la morte (civile) di un vecchio professore coinvolto inconsapevolmente ma non innocentemente in tutto questo.
Tutte queste morti riconducono a una sorta di attrazione fatale verso la poesia di un autore, tutti i personaggi sono legati dal dolore che solo le poesie di quell’autore sembrano in qualche modo lenire o esaltare. Che trattano della morte. Il vecchio professore che alla fine verrà interrogato dai carabinieri è in realtà colpevole proprio di questo: di aver divulgato i versi di chi non lascia alcuna seconda opportunità all’esistenza.
E’ emblematico e terribilmente pedagogico il caso del ragazzo suicida, portato al gesto estremo dal rifiuto di lui come poeta. Di lui come momento di poesia. Dal fatto che si rida di versi, forse ingenui, ma sudati, scavati nel proprio cuore con infantile passione. Quando qualcuno ci mette nelle nostre mani il sunto del suo pensiero, sia esso d’amore o disperazione, dipinto, poesia, racconto, ci faccia egli sorridere o ci induca allo sbadiglio, siamo indotti a pensare che tutte le poesie e gli stati d’animo abbiano in comune la noia, e la ripetitività di momenti che non condividiamo in quell’istante. Ascoltate dunque due versi di questa poesia: “I rami lunghi e neri, prolungandosi nel vuoto, solcano di scuro il cielo pallido e remoto. Quanti passeri feriti, quante rondini sfinite sui suoi rami avean posato le loro zampe infreddolite…”
E se l’oggetto del nostro amore, della nostra devozione rispondesse: “Studiare. Studiare e ripetere. Finire l’anno e andarvene. Non voglio bocciarvi perché non vi voglio vedere tutti gli anni. Tutti gli anni le stesse facce. Devi studiare. Le poesie lasciale scrivere a chi è più intelligente di te…”? Risponderemmo con le parole di LUI, di Equorri: “Via Spanata. Pioveva, la sera che sono morto. Ho illuminato l’angolo buio di un vicolo con sprazzi di lucidi conati. Colava a macchie giallastre tra le crepe dei mattoni, e qualche piantina cercava di vivere a ciuffi, tra le pietre e i miei sputi. Un gorgoglio di tombino a rapire la mia essenza… il vuoto mi ha accompagnato a casa a braccetto e, stesomi sul letto, mi ha chiesto di aspettare domani. Ho aspettato tra le lenzuola accartocciate sudate di freddo. Gli occhi in attesa di posarsi. Le orecchie in un ronzio pulsante respiro. All’alba ho tranquillizzato i tremori con un sorso al sapor di boccamara…
Patetico? Affatto. Ma qual è il nostro stato d’animo, a quale sentimento paragoniamo la nostra disperazione o i nostri affetti, magari con gesti più monotoni e distratti, quanta e quale poesia ci trasciniamo senza darle il respiro che merita? L’estremo delle nostre emozioni si fa sempre più fluido e, come in un libro aperto controvoglia, sappiamo di trovare un inizio e una fine. Leggiamo tanto, ma non ci soffermiamo più. Questo libro è una porta aperta, al contrario. E’ la vita scritta da chi fa di ogni singolo momento un momento estremo, di arte pura. E come estremo siamo ben contenti, alfine, di chiuderlo, quel libro. Fa parte della nostra libertà. Ma rimane, in un angolo, lì, nel vicolo buio…









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venerdì, aprile 16, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SOTTO LE COPERTE

L’unghia che gratta sul piede è meno incisiva.
Tutte le notti sotto le coperte mi graffiava le gambe.
L’unghia, la mia, che gratta sul piede... è meno incisiva.
L’ho limata ieri.

Il polpaccio sul quale scivola il piede è più liscio.
Tutte le notti raspava sotto le coperte e sulla pelle vibrava il suo ruvido nella mia testa.
Il polpaccio, il mio, sul quale scivola il piede... è più liscio.
Mi sono rasata ieri.

Il pube sul quale strofino il mio polso è morbido adesso.
Tutte le notti sfrigolava sotto le coperte e mi dava ai nervi.
Il pube, il mio, sul quale strofino il mio polso... è morbido adesso.
L’ho depilato ieri.

Oggi.
Mi sento, mi ascolto.
Sono più morbida, più dolce.


Sotto le coperte,
la mano che accarezza la mia natica
non è mai la stessa e non è mai più liscia,
meno incisiva.


Mai

Non è mai diversa anche se non è la stessa.

Non sente,
che se io sono più liscia e meno incisiva…

Non sente,
che se io...
che io...

IO…

Che è perché ho passato la lametta anche sul mio cuore,
nel tentativo di rasarlo.






































imperfettamente scritto da smocovichmauro | 22:28 | commenti (14)


mercoledì, aprile 14, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

SFUMATURE DELLA NOTTE

L'uomo con la casa sull'abisso che gioca a nascondere i pensieri, molte volte li perde o li ritrova, all'improvviso, e si commuove.
La sua casa ha due porte: una a contatto con il mondo, l'altra, sul retro, dà sulla notturna scogliera, oltre il dirupo, ed è aperta al fragore delle onde. Ora è chiusa, ma non a chiave. Al di là del legno provato di quella porta, l'andirivieni sommesso della schiuma oceanica, costante ma quasi impercettibile, è facilmente sovrastato dal frinire dei grilli della notte che sopraggiunge dalla porta principale. Una notte chiara e tranquilla, completamente diversa da quella densa di pece al di là dell'uscio secondario.
Ora le notti sono separate. Ma cosa accadeva, quando erano unite in vortice e danza all'interno della casa: non una luce riusciva a brillare. I pensieri, tutti lì, buttati alla rinfusa, facevano massa negando ancor più la trasparenza.
Oggi, dallo spioncino della porta sul retro, l'uomo, ogni tanto, guarda la scogliera e sorride senza rimpianti




imperfettamente scritto da smocovichmauro | 13:17 | commenti (6)


sabato, aprile 10, 2004
 

 

 

 

 

 

 

AGNUS DEI

S8-CH, l'astronauta galattico della Sezione Evangelica Interplanetaria, sentì la voce sibilare alle sue spalle:
"Bene, bene." il sibilo era tradotto dal suo trasmutatore vocale. "Penso che ci siano molte sensibilità in comune tra le nostre civiltà." Il Plasmasauro-saggio, carne pulsante di vesciche, allargo’ la fessura grondante di siero in un sorriso.
S8-CH atteggiò un'aria soddisfatta.
Il saggio continuò:
"Oltre alle merci che abbiamo riscontrato utili allo scambio economico ed alle varie scoperte tecnologiche, devo dire anch'esse molto interessanti, abbiamo appreso da poco notizie che ci hanno incuriosito riguardo la vostra Religione."
"Si?" trepido’ emozionato S8.
Era suo compito diffondere il Verbo.
"Il vostro Messia ha dichiarato: Io sono la via, la verità e la vita." Non era una domanda, pareva più un'affermazione.
"Si."
"Anche il nostro."
S8 provò una gioia senza pari.
"Ha detto: Io sono la Resurrezione."
"Si."
"Anche il Nostro."
Quale immensa gioia.
"Il vostro Credo ritiene ch'Egli sia l'Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo."
"Si!"
Pura esaltazione idilliaca.
"Anche il nostro."
Felicità, felicità immensa. Dio è grande.
"Voi avete crocifisso il vostro Dio."
Cosa significava questo?
"Beh, sì."
Qualcosa non andava?
"Questo vuol dire che l'avete inchiodato ad una croce."
"Si, ma..."
Il Plasmasauro-saggio schioccò la vertebra posteriore principale, apparvero immediatamente due Scrotosauri. Reggevano sulle loro chele una plancia elettrico-lucente, color spina di pesce e sopra poggiava un manufatto in legno: rappresentava un Plasmasauro, completamente nudo, penzolante da una forca.
Le piaghe ottiche del Plasmasauro-saggio si spalancarono: "Noi l'abbiamo impiccato."




























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domenica, aprile 04, 2004
 

Ciao a Tutte! Ciao a Tutti! Sono stato qui:

 

 

 

 

 

 

VITE DI UN VIAGGIATORE

Il primo mi capitò di vederlo di sfuggita, a Utrecht. Aspettava alla fermata dell’autobus. Al momento, non mi resi conto... ma la seconda volta che successe, a Monaco, ricordai anche di quell’estate a Utrecht.
Io viaggio molto, ogni volta che arrivo in una città mi sembra di vivere un’altra vita. Ebbene, fu a Monaco che presi coscienza.
Fa uno strano effetto vedere un altro identico a te stesso.
Furono i vestiti diversi a rallentare una qualsiasi reazione. Mi ritrovai così in pieno giorno, faccia a faccia con un altro me stesso. Con abiti diversi, con un taglio di capelli diverso... ma ero io. E non quell’io riflesso ogni mattina allo specchio, ma l’io intravisto con la coda dell’occhio passare accanto alla vetrina di un negozio. Quell’io che ci sorprende sempre in strani atteggiamenti, che non riconosciamo, ma che ci appartengono e lo sappiamo bene. Un gesto goffo sbirciato in uno specchio, un sorriso impacciato rimandato dal finestrino di una macchina...
Allora mi resi conto che non fu solo a Monaco e Utrechti, ma quella volta a Perugia, Firenze, Londra, nei miei viaggi mi sono sempre incontrato in strada, su di un ponte, ad una Fiera, ad una festa.
Ero io. E neanche mi accorgevo di me stesso. Ero io, sempre io in tutte le città che ho visitato. E tutti questi me chissà cosa staranno facendo, ognuno per la sua strada.
Per quanto mi riguarda, torno spesso e volentieri a cercarli.







imperfettamente scritto da smocovichmauro | 22:15 | commenti (13)


domenica, marzo 28, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

LONTANO DENTRO

Confine di terra, confine di acqua all’orizzonte, i miei pensieri tornano indietro. Attraverso il vetro sputato dalla pioggia, screpolato di calcare. Viaggiano lontano dallo scompartimento senza essere assorbiti dal panorama. Scorrono rapidi sui bordi delle carrozze, scaraventati dalle gocce del vento. Il treno sobbalza ondulato sui binari. Con un tam tam propiziatorio segna il ritmo della mia corsa.

Seduto sprofondato sulle poltrone rancide dal sapore di sudore ferroso. Viaggio oltre il treno e già mi trovo lì dove dovrei essere, a contare i denti dei sorrisi o le lacrime dei temporali. Avvolto da braccia che non siano le mie. Su questo vagone cerco di raggiungermi a velocità interregionale, l’io che mi aspetta è ben diverso dall’odore caldo e fastidioso di questo respiro di gente. Corro, rimbalzando sulle rotaie, per essere io tra qualche ora sperando di arrivare in tempo ad esserlo.

Sento qualcuno alle spalle di un mio pensiero, mi volto. Uno sguardo. Corro per lasciare alle spalle qualcun altro - chi? - di qualche ora fa. Mi guarda da lontano e mi strizza l’occhiolino. Mi segue, lentamente, forse non mi raggiungerà, forse sì, mi segue. E’ uguale a me. No, mai nessun altro, se non un altro me stesso mai uguale a me.

Non ti distrarre, ma raggiungiamo l’altro.... ch’è di nuovo lontano...

imperfettamente scritto da smocovichmauro | 11:20 | commenti (16)


giovedì, marzo 25, 2004
 

 

 

 

 

 

 

 

Perché il cuore non scappi
l’ho stretto con l’inchiostro
stretto forte con il nero gocciolante

perché lo stomaco non fugga
l’ho legato con il filo
a doppio filo sanguinante
da chirurgo autodidatta

purché non mi scivoli
tutto dalla vita
mi sono legato sommariamente
al dirupo
e se nessuno viene

io non mi butto

ma sono qui

stretto solo dalle mie mani













imperfettamente scritto da smocovichmauro | 23:59 | commenti (6)


domenica, marzo 21, 2004
 

 

 

 

 

 

 

SPIRITO DI CONTRADDIZIONE

Era mia intenzione mantenere il cuore sempre giovane e allegro:
fu così che decisi di metterlo sotto spirito.
Lo affogai in sostanze alcoliche.

Ora, quello che successe...
Voglio dire... le cose andarono esattamente al contrario dei miei propositi e,
probabilmente per qualche reazione chimica particolare, a contatto con l'alcool, il mio cuore appassì.

Il tubero non divenne fiore.

E’ così che sono invecchiato.







imperfettamente scritto da smocovichmauro | 19:06 | commenti (12)